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L’8 marzo molte realtà scoprono improvvisamente di interessarsi alla sicurezza delle donne. Il 9 marzo, però, spesso se ne dimenticano.


Gruppo di donne che osservano una manifestazione pubblica mentre una persona riprende la scena con lo smartphone, simbolo della grande attenzione mediatica durante l’8 marzo e del contrasto tra visibilità pubblica e impegno reale per la sicurezza delle donne.

Ogni anno, l’8 marzo torna a riempire social network, eventi pubblici e iniziative dedicate alle donne. Messaggi, dichiarazioni e attività sembrano moltiplicarsi improvvisamente, come se in un solo giorno si potesse dimostrare attenzione, rispetto e impegno verso un tema complesso come la sicurezza e la tutela delle donne.

Il problema è che, troppo spesso, questo impegno dura soltanto ventiquattro ore.

L’8 marzo, così come altre poche ricorrenze annuali dedicate alla donna, rischia infatti di trasformarsi in una giornata di apparenza. Una data in cui molte realtà, silenziose per il resto dell’anno, improvvisamente si espongono, riempiendo i social e gli eventi di promesse, messaggi e iniziative che il giorno successivo svaniscono nel nulla.

È un fenomeno ormai ricorrente. In occasione di queste giornate compaiono attività improvvisate, iniziative simboliche e corsi presentati come strumenti di tutela per le donne.

In alcune palestre, ad esempio, vengono proposte lezioni gratuite di Brazilian Jiu-Jitsu, MMA, curling, taglio e cucito , tutte attività completamente estranee al tema della sicurezza personale, presentate come difesa personale femminile. In realtà, nella maggior parte dei casi, si tratta semplicemente di lezioni gratuite pensate per attirare nuove iscrizioni e promuovere un servizio.

Di reale tutela per le donne, spesso, c’è ben poco. Spessissimo queste attività, presentate come autodifesa, rischiano persino di risultare dannose. Le tecniche sportive non valgono per la strada. Si tratta di movimenti e dinamiche pensate per un contesto regolamentato, con avversari consapevoli, tempi definiti e condizioni controllate. Quando queste tecniche vengono presentate come strumenti di autodifesa reale, si rischia di trasmettere una pericolosa illusione di sicurezza.

Lo sport da combattimento è una disciplina rispettabile, con regole, tempi, arbitri, protezioni e avversari che accettano di confrontarsi all’interno di un contesto controllato. Un’aggressione reale, invece, è tutt’altra cosa. Non ci sono regole, non c’è lealtà sportiva, non esistono categorie di peso né limiti tecnici. L’aggressore sceglie il momento, la distanza, l’ambiente e spesso agisce con sorpresa, violenza e intenzione di sopraffare.

Confondere questi due piani significa rischiare di trasmettere alle persone una percezione distorta della realtà. Alcune tecniche che funzionano in un contesto sportivo possono risultare inefficaci, o addirittura pericolose, quando vengono applicate in una situazione di aggressione reale.

Per questo motivo è importante distinguere chiaramente tra sport da combattimento e formazione seria sulla sicurezza personale. Approfondiamo questo tema in un articolo dedicato che puoi leggere qui.


La sicurezza e la tutela delle donne non sono una strategia promozionale. Non sono un evento annuale e non possono essere ridotte a una dimostrazione occasionale.

La tutela delle donne si costruisce con il lavoro quotidiano, con la formazione seria, con la responsabilità e con la continuità nel tempo. È un impegno che richiede competenze, rispetto e dedizione costante.


Chi compare soltanto nelle giornate simboliche spesso scompare per i restanti trecentosessantaquattro giorni dell’anno. Per questo è importante distinguere tra chi utilizza queste ricorrenze come vetrina e chi, invece, lavora ogni giorno, lontano dai riflettori, per offrire strumenti concreti di sicurezza e consapevolezza.

La vera tutela non ha bisogno di palcoscenici. Non si dimostra con una giornata celebrativa o con una lezione simbolica. Si riconosce nel lavoro silenzioso, continuo e responsabile che viene portato avanti ogni giorno.

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